domenica 6 maggio 2018

Fake News


di Giorgio Macellari


L’espressione “fake news”, introdotta in Italia nel 2016, dilaga ormai senza freni. Vuol dire “notizie false”, “bufale”. Inglese o italiano, il termine rivela cose interessanti su chi le diffonde e chi le prende per buone: l’ignoranza/mala-intenzione dei primi e la credulità dei secondi.
Ci sono certamente meno malintenzionati che creduloni, in giro. Per ridurre il tasso di caduta nella trappola delle bufale si potrebbe dunque lavorare sulla più esigua tribù dei primi. Ma questa è affollata da individui scaltri, interessati a mantenere i loro vantaggi e dotati di ottime capacità persuasive, anche quando i loro argomenti sono deboli o fasulli. Quindi sono più potenti dell’altra tribù, più numerosa, ma anche più sprovveduta.
Come uscirne? Dando a quest’ultima un potere simmetrico: la conoscenza. Sapere le cose aiuta a distinguere il bla bla propagandistico – quello che prende la pancia – dai fatti reali. I malintenzionati sono abili nel discutere di fantasie e con quest’abilità dialettica possono “far su” ingenui e creduloni, convincendoli di assurdità e relegandone i cervelli a sconfortanti ozi: è il caso dei vaccini che provocano tumori e autismo o delle scie chimiche disperse nell’aria da misteriosi complottisti.
Con questo potere, la corte dei senza scrupoli può essere smascherata. Questi esemplari umani (nessuna categoria ne è immune) non usano argomenti scientifici per convincere delle proprie idee. Si affidano allo scioglilingua della parola sguinzagliata, guardandosi dal portare evidenze empiriche. Amano arrampicarsi sugli specchi e lo sanno fare con impressionante disinvoltura, quasi sempre senza scivolare; e quando ciò raramente accade, sono abilissimi nel fermarsi; se cadono, difficilmente si fanno male; e poi ricominciano la scalata.
La soluzione è dunque rendere consapevole la tribù dei creduli/ingenui. Bisogna dar loro l’arma del sapere. È un’arma pacifica. Ma potentissima. Non si tratta di un percorso semplice. Richiede sforzo mentale, volontà, passione. Il suo carburante è la curiosità. Il suo nutrimento la costanza. Il suo esito è un maggiore benessere per tutti; anche per la tribù dei malintenzionati – pur immeritato.
Lascia sconcerto che proprio l’Italia, nutrice del metodo scientifico, l’abbia tradito a favore di atteggiamenti intrisi d’irrazionalità, diffidenza e superstizione, generando danni incalcolabili sul piano economico (l’investimento in ricerca produce ricchezza) e in termini di sofferenza individuale e disagi collettivi. Le bufale – nocive pure a chi le diffonde – possono essere eliminate alla radice costruendo menti robuste, critiche, allenate a scremare il verosimile dal falso. Questo è il primo compito irrinunciabile della scuola, dunque di una lungimirante visione politica – oggi però assai opaca. Ma è anche responsabilità dei singoli cittadini, del loro impegno civico nel nutrire e diffondere l’amore per il sapere. È vero, il sapere costa: sacrifici, rinunce, rigore morale. Ma l’ignoranza costa molto, molto di più.


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