di Giorgio Macellari
L’espressione “fake news”, introdotta in Italia nel
2016, dilaga ormai senza freni. Vuol dire “notizie false”, “bufale”. Inglese o
italiano, il termine rivela cose interessanti su chi le diffonde e chi le
prende per buone: l’ignoranza/mala-intenzione dei primi e la credulità dei
secondi.
Ci sono certamente meno malintenzionati che
creduloni, in giro. Per ridurre il tasso di caduta nella trappola delle bufale
si potrebbe dunque lavorare sulla più esigua tribù dei primi. Ma questa è
affollata da individui scaltri, interessati a mantenere i loro vantaggi e dotati
di ottime capacità persuasive, anche quando i loro argomenti sono deboli o
fasulli. Quindi sono più potenti dell’altra tribù, più numerosa, ma anche più
sprovveduta.
Come uscirne? Dando a quest’ultima un potere
simmetrico: la conoscenza. Sapere le cose aiuta a distinguere il bla bla
propagandistico – quello che prende la pancia – dai fatti reali. I
malintenzionati sono abili nel discutere di fantasie e con quest’abilità
dialettica possono “far su” ingenui e creduloni, convincendoli di assurdità e
relegandone i cervelli a sconfortanti ozi: è il caso dei vaccini che provocano
tumori e autismo o delle scie chimiche disperse nell’aria da misteriosi
complottisti.
Con questo potere, la corte dei senza scrupoli può
essere smascherata. Questi esemplari umani (nessuna categoria ne è immune) non
usano argomenti scientifici per convincere delle proprie idee. Si affidano allo
scioglilingua della parola sguinzagliata, guardandosi dal portare evidenze
empiriche. Amano arrampicarsi sugli specchi e lo sanno fare con impressionante
disinvoltura, quasi sempre senza scivolare; e quando ciò raramente accade, sono
abilissimi nel fermarsi; se cadono, difficilmente si fanno male; e poi
ricominciano la scalata.
La soluzione è dunque rendere consapevole la tribù
dei creduli/ingenui. Bisogna dar loro l’arma del sapere. È un’arma pacifica. Ma
potentissima. Non si tratta di un percorso semplice. Richiede sforzo mentale,
volontà, passione. Il suo carburante è la curiosità. Il suo nutrimento la
costanza. Il suo esito è un maggiore benessere per tutti; anche per la tribù
dei malintenzionati – pur immeritato.
Lascia sconcerto che proprio l’Italia, nutrice del
metodo scientifico, l’abbia tradito a favore di atteggiamenti intrisi d’irrazionalità,
diffidenza e superstizione, generando danni incalcolabili sul piano economico
(l’investimento in ricerca produce ricchezza) e in termini di sofferenza
individuale e disagi collettivi. Le bufale – nocive pure a chi le diffonde –
possono essere eliminate alla radice costruendo menti robuste, critiche, allenate
a scremare il verosimile dal falso. Questo è il primo compito irrinunciabile
della scuola, dunque di una lungimirante visione politica – oggi però assai opaca.
Ma è anche responsabilità dei singoli cittadini, del loro impegno civico nel
nutrire e diffondere l’amore per il sapere. È vero, il sapere costa: sacrifici,
rinunce, rigore morale. Ma l’ignoranza costa molto, molto di più.
