Abbiamo perso un Gigante.
Lo ha perso il mondo.
Io mi sento come se avessi perduto un pezzo d’anima.
Al funerale di Umberto Veronesi, venerdì 10 dicembre, ho assistito a una cerimonia di altissima intensità emotiva e intellettuale, mentre il pensiero del grande Medico aleggiava insieme al suo sorriso pacato e al suo sguardo visionario. Con acuta appropriatezza, il sindaco Giuseppe Sala ha esordito sottolineando un dettaglio. A Milano, ha detto, sono nati illustri scienziati, medici, filosofi, letterati e imprenditori, ma Veronesi era tutte queste cose insieme. Trarne le conclusioni è semplice: è stato il Leonardo del ‘900. Uomini così sono preziosi per l’umanità, perché la illuminano con un’energia spirituale che genera sapere, tolleranza, generosità, simpatia e progresso. La sua scomparsa ha ferito il pianeta.
Debbo confessare che sin dai primissimi incontri – fine anni ’70 – avevo riconosciuto in lui ciò che avrei voluto essere. Era stato un colpo di fulmine. Ma ci misi un attimo a capire che sarebbe stato impossibile non dico eguagliarlo (pensiero quasi profano), ma arrivare anche a un solo decimo della sua statura. Disporre di un modello così alto mi ha però aiutato a migliorarmi di almeno un poco. Difficile quantificare l’entità del suo lascito, enumerarne i contenuti.
Umberto Veronesi ci ha insegnato a essere tranquilli, determinati e compassionevoli; ma anche dubbiosi, affamati di conoscenza, anticonformisti e trasgressivi. Ci ha fatto innamorare della scienza, della sua importanza per la condizione umana. Ci ha insegnato che gli scienziati devono essere umili, ma non le loro idee: per cambiare i vecchi paradigmi, un pizzico di creatività e arroganza è indispensabile. Ci ha anche ammonito che tutto è concesso all’uso della scienza per l’uomo, ma che nulla è concesso all’uso dell’uomo per la scienza. Ci ha spiegato che l’indipendenza del pensiero e la libertà della ricerca sono valori supremi. E ci ha raccomandato di sostenere sempre le nostre idee con la forza dei fatti, anziché con la fragilità delle ideologie. Ci ha aiutati a cambiare in meglio, indicandoci una strada difficile, ma efficace.
A noi maschi ha raccomandato di rispettare le donne e amarle per le loro ineguagliabili peculiarità. E alle donne ha chiesto di provare ad avere fiducia nel genere maschile. Ci ha voluto convincere che la maggior parte degli esseri umani è intrinsecamente buona e che – salvo rare e sciagurate eccezioni – la cattiveria e il male sono quasi sempre il frutto di sfavorevoli e insane pressioni educative, sociali e ambientali.
Veronesi ha sollevato il sipario sulla medicina della persona, mostrandoci la bellezza della rivoluzione etica che ha portato il paziente al centro del sistema sanitario. Così ci ha insegnato che per far guarire, un bisturi o un farmaco non bastano: ci vuole anche una carezza.
Ci ha spiegato che la vita non è un tempo in concessione, ma un mestiere da apprendere e coltivare al meglio; e ha precisato che il mestiere più bello è pensare. Ci ha insegnato che la nostra esistenza è priva di senso, ma che proprio per questo abbiamo il dovere di darle noi un significato. Ci ha insegnato ad accogliere la morte come un evento naturale, quasi fosse un bene, perché è dovere di ogni uomo farsi da parte e lasciare il posto a quelli nuovi. Ci ha insegnato che il corpo si dissolve, ma che il pensiero gli sopravvive. Da ultimo, ha anche insegnato a tutti noi – e forse ancora di più ai credenti – come si muore.
Tutti questi suoi insegnamenti vivranno nelle persone che li hanno fatti propri, così da rendere meno doloroso il vuoto della sua scomparsa fisica: è dei grandi Maestri dare al silenzio della loro morte la voce di quanti, parlando e scrivendo, lo hanno accolto e lo tratterranno in sé. Si dice che il buon Maestro costruisce allievi migliori di lui: nel caso di Veronesi questo è impossibile, bisogna aspettare che ne nasca un altro. Ci troviamo dunque fra le mani un’eredità enorme da custodire, ma non pesa, è leggera anzi. Pesante sarà trasferirla alle generazioni future. Ma questo è semplicemente il nostro dovere, se vogliamo restituire a Umberto Veronesi l’immensa ricchezza che ci ha regalato.
Giorgio Macellari, Capitano coreggente del club dei Senologi Scalzi